FOLKLORE

       FOLKLORE              

IL RITO DELLE NOZZE  LE TRADIZIONI POPOLARI LE ABITAZIONI I CICLI DELL’ANNO

LA GJITONIA


IL COSTUME FOLKLORISTICO ARBËRESH

Realizzato in ricchi tessuti ,rasi e sete dai colori vivacissimi,ricamati e laminati è considerato tra i più belli delle raccolte internazionali,soprattutto per la sua varietà. Questi costumi sopravvivono ancora grazie a poche donne anziane che li indossano quotidianamente e giovani donne in occasioni di feste patronali e raduni folkloristici.
I costumi variano da comunità a comunità,sono considerati memorie storiche e rispecchiano il carattere della gente e la loro organizzazione sociale. Naturalmente l’abbandono graduale del costume è da attribuirsi alle mutate condizioni di vita,per questo che oggi viene considerato come una delle tradizioni più preziose,tramandateci dai nostri avi e sopravvissute nel tempo. Il primo costume si indossava verso i 13-14 anni ed erano le donne anziane che vestivano le più giovani. Ogni donna albanese fino a poche decine di anni addietro portava dalla culla alla tomba il proprio costume,ne aveva uno per i giorni feriali e uno di gala per le grandi ricorrenze. A seconda delle situazioni si distinguono in: Costume Giornaliero,di Mezza festa ,di Gala,di Lutto.
In passato poichè faceva parte della vita quotidiana non destava alcun interesse,oggi invece è diventato oggetto di studio. Studiare il costume arbëresh scrive Giuseppe Farmaco “Non significa voler fermare il tempo,ma approfondire attraverso di esso la nostra identità”.
IL COSTUME DI GALA
E’ composto da una lunga gonna in seta pura di colore rosso amaranto con il lembo bordato da un gallone d’oro “Kamizolla”Gli esemplari più antichi recano dei rami dorati stampati per lo più raffiguranti fiori e uccelli,mentre in seguito è subentrata la consuetudine di ricamare la gonna con fili d’oro. Una seconda gonna dello stesso tessuto della kamizolla e di foggia simile ad essa,elemento caratteristico della veste nuziale e segno distintivo delle donne sposate va indossata sopra la kamizolla e rialzata sul davanti è di colore blu bordata nella parte inferiore da un gallone d’oro detta “Coha”.
Linja : un camicione a maniche lunghe fino al polso è lungo fin sotto le ginocchia.
Sutanieli : sottogonna di lino che scende fino ai piedi.
Skola: una sorta di cravatta ricamata con fiori ricamati in oro larga circa tre dita.

Xhipuni :bolerino di seta laminata in oro interamente gallonato in oro sul retro e sui bordi della maniche,il colore varia dai toni di azzurro al violetto ,al nero. Questo bolerino è lungo fino alla cintura copre le spalle e la schiena.

Pani: scialle è di lunghezza il doppio della larghezza i colori sono nero,rosso,melograno.

Skamandili: fazzoletto a tre punte di diversi colori di seta e di lino.

Keza: il diadema è ricamato con fili d’oro e d’argento. La donna lo intreccia sul capo e lo fissa con nastri di seta e velluto.

Birlloku : monile ,pendaglio appeso ad un nastro di velluto nero.

Kanaka: collana le ragazze portano al collo lunghe catenine d’oro

Spingullat : spille d’oro e d’argento

Riqinët :orecchini d’oro.

IL COSTUME DI MEZZAFESTA
E’ composto degli stessi pezzi del costume di gala ma differisce per la qualità dei tessuti e per il minor numero di ricami di oro. E’ di seta grezza decorata con due strisce di raso verde la versione più antica, o da una sola larga striscia,chiamata a Civita “Kamizolla me talunë”,sempre a Civita in passato era presente una gonna di mezza festa bordata da una trina di fili d’oro intrecciata “Kamizolla me trenin”.Il colore della gonna è rosso in tutte le sua gradazioni.L’abbigliamento di mezza festa era completato da Xhipuni kastori ,un bolerino di lana pettinata di colore nero decorato da galloni di oro.




IL COSTUME GIORNALIERO
Nella nostra comunità da una decina d’anni non si indossa più. Era consuetudine che la donna arbëreshe indossasse questo costume per dedicarsi ai lavori di tutti i giorni. La gonna era simile alle altre ma realizzata con materiali meno pregiati come lana d’inverno e cotone d’estate. I colori erano il marrone e il nero il tutto completato da un bolerino di colore nero con polsi decorati da una stoffa di contrasto.

IL COSTUME DI LUTTO
Caratterizzato da una “Coha e zezë” e dal bolerino “Xhipuni” di colore nero. Alcune donne anziane ricordano che in passato le donne di nobile famiglia indossavano una gonna damascata di colore verde.

IL COSTUME MASCHILE
Secondo Andromaqi Gjergji studiosa albanese,quando nel XV secolo gli albanesi vennero in Italia,portarono il costume a fustanella maschile (Gonnellino pieghettato).Il costume maschile ebbe vita breve perché l’albanese venuto in Italia smise di indossare quello tradizionale per indossare quello dei montanari meridionali,perché le attività intraprese in terra italiana necessitavano di abiti più pratici. Naturalmente il costume varia da zona a zona.
”Plezit”gli antichi guerrieri di Skanderbeg indossavano calzoni aderenti al corpo,Tirq e Pan rispettivamente giubba e mantellina di colore nero o rosso.
“kalore” i cavalieri al contrario dei guerrieri indossavano attillati calzoni di lana bianca,velati di nero con giubba di lana nera e un matellino nero senza maniche,tutto orlato a frange e galloni detto Gune
Kësulle: calotta di lana bianca come copricapo.
Carihe : calzature basse di cuoio strette ai piedi con legacci a punta rialzata.
Rripe: legacci

Flavia D’Agostino

 

IL RITO DELLE NOZZE TRA SACRO E PROFANO

Fidanzamento e matrimonio, sono considerate circostanze della vita umana estremamente importanti. Presso gli arbëreshë essendo il matrimonio l’atto più solenne della vita viene celebrato con singolari cerimonie, da quelle liturgiche ,che riflettono il mondo orientale a quelle popolari,molto significative ed espressive della mentalità di questo popolo. Una serie di rituali,cerimonie,canti,riti di donazione,rende particolarmente suggestiva la fase preparatoria delle nozze,oggi la tradizione nuziale è l’unica che sopravvive anche se non come un tempo.
Un tempo le donne si sposavano molto giovani ed era consuetudine scegliere la sposa nell’ambito delle stesse famiglie albanesi,per conservare inalterate le caratteristiche della loro stirpe. A metà settimana viene arredata la casa degli sposi e sistemato il letto nuziale. Alla vigilia del matrimonio era ed è consuetudine dedicare quanto di più poetico e più bello sgorga dall’animo del fidanzato, che insieme ai paraninfi si reca sotto il balcone dell’amata. Anche il giorno del matrimonio era caratterizzato da canti che oggi non vengono più intonati e che davano significato ed auspicio quasi a suggellare i momenti più significativi della cerimonia dalla vestizione alla funzione religiosa che ancora oggi sopravvive. Il giorno delle nozze il corteo con lo sposo viene accolto dalla madre della sposa, che affacciatasi sulla soglia offre un fazzoletto allo sposo il quale rifiuta chiedendo invece la sposa. La sposa prende così commiato dai suoi e il corteo giunge davanti alla chiesa dove il sacerdote facendosi loro incontro davanti la porta li invita a pronunziare il consenso di voler contrarre matrimonio,li conduce poi all’altare porgendo ad entrambi un cero. Subito dopo avviene la cerimonia che simboleggia la promessa di fedeltà tra i fidanzati e il dono reciproco dei propri corpi,il triplice scambio degli anelli.
Il momento più suggestivo è lo scambio delle corone,che vuole significare l’augurio che lo sposo adempia ai suoi doveri, e che ciascuno dei coniugi riceve l’altro come ornamento segno di gloria .Si svolge la benedizione del bicchiere di vino in cui i due sposi dopo aver bevuto per tre volte sono uniti in matrimonio,poi il sacerdote lo rompe,questo sta a simboleggiare l’indissolubilità del matrimonio che deve durare fino alla morte di uno dei due. Dopo la rottura del bicchiere il sacerdote tenendo in mano il Vangelo e avvolgendo con la stola le due mani destre degli sposi li accompagna precedendoli nel triplice giro intorno all’altare, questo simboleggia la danza che accompagna l’uomo negli avvenimenti più importanti della sua vita. A Civita, un tempo, veniva cantata la rapsodia di Costantino il Piccolo, con cui gli invitati onoravano gli sposi.



 

 

 

 

LE TRADIZIONI POPOLARI

Il panorama delle tradizioni arbëreshe che si tramanda ancora oggi dopo 5 secoli è molto vasto se consideriamo come tutte le comunità dall’Abruzzo alla Sicilia abbiano gelosamente conservato canti,fogge particolari del vestire, rito, lingua che rispecchiano sicuramente aspetti di una specificità etnica ormai unita a quella italica in cui avevano chiesto ed ottenuto ospitalità e precisamente nella Calabria Citra dove più che in ogni altra parte si conservano quasi intatte le antiche costumanze degli albanesi e dove è ancora vivo l’orgoglio di voler mostrare le proprie tradizioni. Noi pensiamo che le tradizioni popolari e il folklore siano una risorsa importante ,culturale ed economica del nostro territorio. Presso molti popoli della terra c’è oggi un significativo recupero di questa ricchezza utile per sentire di avere radici in un posto determinato indispensabile per sapere chi siamo e farci conoscere,necessaria per confrontarci gli uni con gli altri in uno scambio produttivo. Le antiche feste legate al lavoro di cui i nostri nonni ricordano con nostalgia i tempi in cui i lavori più importanti della comunità diventavano occasione di feste e incontri,la trebbiatura del grano l’uccisione del maiale,la vendemmia,oltre ai canti che fanno parte delle nostre tradizioni anche i balli,gli strumenti che li accompagnano,gli antichi costumi,ma anche nelle nozze,nei funerali si osservano le leggi dei più remoti avi,quelle cerimonie che si conservano nella parte più montuosa del Pollino e che vanno modificandosi lentamente nei luoghi più vicini alle città. Popolo disperso quello albanese fino al suo giungere in Italia non in una sola volta ma nell’arco di tre secoli non ha sentito il bisogno di stabilire fra le diverse tribù alcuna comunicazione perché la colonia era numerosa ed ogni villaggio era uguale ad un altro o pres’a poco con le tradizioni della loro nazionalità tramandate a memoria specialmente dalle donne che di madre in figlia all’uso orientale caricate dei lavori più faticosi si tramandano leggende piene di poesia e canti meravigliosi. Questo isolamento in cui hanno vissuto per diverso tempo con la loro lingua,storia straniera al paese in cui si sono stabilite dà a queste popolazioni un aspetto particolare e un modo di vivere speciale.

                                                       

 

 

LE ABITAZIONI


Civita ha mantenuto inalterata la sua struttura architettonica, le case del centro storico sono costruite tutte in pietra. 
Fonti storiche attestano che le case costruite dai primi albanesi erano di paglia e venivano bruciate in primavera per non pagare il focatico, in seguito essendo stato loro proibito di edificare in muratura, usavano intrecciare rami secchi e impastarli con l’argilla all’uso macedone, queste erano dette “Kallazine”, solo in un secondo momento furono edificate le prime case in pietra.
Le abitazioni arbëreshe sono costituite da una zona notte solitamente al piano superiore, ed una zona giorno al piano terra, dove si trova un monolocale che funge da cucina “fukuni" , la novità delle abitazioni albanesi, è la presenza di un grande camino “vatra” , costituito da una grande cappa e il forno pensile “furri”. Sotto la cucina un basso detto “Katoqi vikirr”, che può essere adibito ad una seconda cucina rustica, sotto la veranda un locale per i polli “furriqi”. La zona notte è collocata al piano superiore e vi si accede attraverso una scala interna a pioli dove c’è anche un ballatoio “lloxhë”.

                                                        

 

LA GJITONIA


La struttura urbanistica delle comunità arbëreshe è costituita dalla gjitonia, microsistema intorno a cui ruota la vita del paese; dal punto di vista architettonico la gjitonia è composta da un nucleo originario che è una casa signorile, intorno alla quale sono stati sovrapposti nuclei minori che ne hanno modificato la struttura originaria, si può senza alcun dubbio affermare che la struttura intorno alla casa signorile sia dovuta alla costruzione di nuclei servili abitativi ed altri adibiti a locali come legnaie, scuderie, stalle, facendo si che la struttura fissa fosse la casa signorile e la mobile la plebea. Oggi resistono elementi in grado di adattare alle loro esigenze la struttura abitativa dando luogo ad un processo di riuso, oppure condizionando alcuni processi di edificazione urbana al punto da riuscire a conservare nel nuovo insediamento alcuni elementi tradizionali vitali per la perpetuazione della struttura comunitaria. Questo disegno urbanistico naturalmente riflette consuetudini di vita che discendono dall’emigrazione prima e dalla colonizzazione poi e che si esprimono in forma di comunanze di vita, l’esistenza di un ballatoio dinnanzi la porta d’ingresso che non aveva funzione di antingresso ma di luogo per ospitare i componenti della famiglia per le attività esterne. Le donne in alcune ore del giorno soprattutto nei mesi caldi usavano restare sul ballatoio per eseguire i lavori a maglia e cucito insegnandoli alle ragazze fin dalla più tenera età, spannocchiavano e si dedicavano ai lavori non molto pesanti aiutandosi reciprocamente. Gli anziani intrattenevano i piccoli con racconti fantastici e li aiutavano nella costruzione dei giocattoli e insegnavano loro le tecniche più semplici per realizzarli. La gjitonia aveva una vita fatta di pettegolezzi,invidie e litigi, ma anche di comprensione e solidarietà essa diventava una palestra di vita dove si imparava dal vivo il comune mestiere della sopravvivenza. Insomma la gjitonia aveva ieri più di oggi una funzione socializzante, in essa si era consorti tanto nel dolore quanto nella gioia tanto che recita un proverbio “Gjitoni më se gjirì”  “il vicino più che parente” proprio a sottolineare il forte legame che si instaurava tra i membri appartenenti alla gjitonia.

 

 

I CICLI DELL’ANNO

Presso gli albanesi d’Italia la maggior parte delle usanze annuali hanno radici religiose e si succedono secondo il calendario solare e religioso orientale che non coincide con il calendario Giuliano.

IL NATALE
Ricco di tradizioni popolari oltre che religiose,si rinnovano per l’occasione antiche usanze tramandate da secoli,si rispolverano vecchie tradizioni culinarie che si ripetono da centinaia di anni. Tutto quello che si prepara viene ricavato dalla campagna essendo al cucina degli arbëreshë una cucina povera ma dagli aromi e sapori prelibati.


LA COMMEMORAZIONE DEI DEFUNTI
E’ una delle ricorrenze più sentite. Questa festa non ha una data stabilita in quanto viene celebrata una settimana prima della festa di Carnevale, e due prima dell’inizio della Quaresima, perciò i nostri antenati hanno dedicato l’intera settimana alla commemorazione dei morti. Alcuni giorni prima viene bollito il grano e lo si distribuisce a parenti e conoscenti, e anticamente a quelli che nel giorno dei morti, “venë pir limozin e të vëdekurvet”.In quei giorni c’era un’atmosfera diversa nelle strade,per la presenza di due strani tipi,uno che portava la bisaccia, e l’altro il campanello, per annunziare il loro arrivo. Tutti li accoglievano e dietro la porta di ogni casa c’era sempre la giara con l’olio e il cesto con il pane e i fichi secchi, che dovevano essere distribuiti ai poveri che chiedevano l’elemosina dicendo: “pir shpirtin e prigatorvet” “e andandosene dicevano “Nglezot gjithë të vdekurit”.

IL CARNEVALE

Trovandosi nel cuore dell’inverno,periodo di freddo e fame ,rappresentava e rappresenta la festa popolare più importante dell’anno. I paesi arbëreshë davano molta importanza ai canti carnascialeschi,infatti durante i giorni di Carnevale, di sera le vie di questi piccoli paesini, risuonavano di allegri e festosi canti ,i famosi vjershë,che giovani animati da gioia di vivere solevano cantare davanti alle porte di parenti e amici. Entravano nelle case e facevano onore al vino e al salame, ancora appeso nelle fumose cucine. Lo scopo della visita era proprio quello di fare una bella scorpacciata. Al Carnevale in tutte le comunità arbëreshe era riservata una triste fine,il martedì su di una tavola veniva posto un fantoccio di paglia e cenci con una cotica in bocca, e lo si portava in giro per le vie del paese,questo era seguito dalla moglie la Quaresima (Kreshmeza) vestita a lutto, che piangeva e si strappava i capelli, per la morte del carnevale. La sera il fantoccio veniva bruciato nella piazza del paese, quale capo espiatorio dei peccati commessi.


LE CENERI
Al Carnevale segue un periodo più triste, la Quaresima, che precede la Pasqua, ma tra questi due si inserisce una festa che dura un giorno solo “le Ceneri” definito come periodo di riflessione che ci avvia alla Quaresima. Essa simboleggia l’origine dell’uomo che era polvere e diventerà alla fine della sua esistenza cenere. A Civita le Ceneri hanno un profondo significato e nel passato hanno dato vita a manifestazioni allegoriche, che durano ancora oggi,anche se non come un tempo. Al calar della notte per le strade si aggirano strani individui vestiti di bianco, che preceduti dal suono di un campanello, entrano nelle case e distribuiscono cenere sul palmo della mano ai padroni di casa,essi stanno a simboleggiare le anime che distribuendo cenere ci ricordano il nostro destino di mortali.

LA SETTIMANA SANTA
Degli antichi e complessi riti che si svolgevano nel corso della Settimana Santa rimangono oggi solo le varie processioni. Nel descrivere i riti di questa settimana bisogna partire dalla settimana di Lazzaro che è il sabato che precede la domenica delle Palme. Un tempo il venerdì sera alla vigilia della festa gruppi di giovani giravano per il paese portando in mano rami di alloro e cantando di casa in casa la Kalimera di Lazzaro. Oggi tale usanza si è perduta,ma sono rimaste nella memoria delle persone anziane i versi iniziali di questa kalimera che trova riscontro in alcuni canti di Grecia e Albania. La domenica delle Palme non ha riti particolari, a livello folklorico si toglie l’ultima penna dalla kreshmeza (il simbolo della Quaresima,anticamente perché oggi non è più di moda, era consuetudine appendere alla finestra un pupazzo di cenci neri, che simboleggiava la donna albanese ,vestita a lutto,ai cui piedi veniva messa una patata in cui venivano conficcate sette penne,una per ogni settimana,ed ogni domenica ne veniva strappata una,aveva tra le mani il fuso e la conocchia,testimoni di duro lavoro a cui era soggetta, e appesi a mo di collana l’aringa,l’aglio,code di peperoni,scorze d’arancia e qualche fico secco distintivi peculiari, del misero cibo. Dopo averla privata dell’ultima penna la si appendeva alla finestra e le si dava fuoco. Il rogo del fantoccio chiudeva una fase e ne apriva l’ultima e più importante ,quella di Pasqua). Dopo questa domenica si entra nella Settimana Santa,i primi tre giorni sono dedicati alla celebrazione dei Presantificati. Il mercoledì viene adornato il sepolcro “Sumbullku”con vassoi di grano decorati di nastri colorati che ricordano il culto pagano dei giardini di Adone. Il giovedì santo o Piccola pasqua giorno in cui si svolge l’Ultima Cena con la lavanda dei piedi a 12 persone anziane che impersonano i 12 apostoli,terminata questa cerimonia la chiesa viene addobbata a lutto ,gli altari spogliati di ogni arredo,la luce emanata solo dalle candele ,le campane non suonano più e l’ora delle funzioni religiose è segnata dal suono del “Toku”. In passato la sera del giovedì era consuetudine che gruppi di uomini girassero per le case cantando le Kalimere della Passione e Morte di Cristo che oggi vengono cantate solo in chiesa. Il venerdì si svolge la processione le statue sono precedute da un gruppo di bambine vestite di nero con il capo coperto da un velo e sul velo una corona di erba spinosa “le Verginelle”. Cerimonia suggestiva e ricca di un profondo significato quella che si svolge la domenica di Pasqua all’alba “Fjalza Mirë”.I fedeli si riuniscono all’esterno della chiesa che ha le porte chiuse,dietro la porta principale rimane una persona che rappresenta le forze del male. Dopo aver letto il vangelo di Marco e Matteo il sacerdote si avvicina alla porta e comincia a bussare,dopo i suoi vari tentativi ,le porte si spalancano e i fedeli entrano in chiesa.

LE VALLJE
Le tradizioni pasquali in tutti i paesi albanesi d’Italia sono più o meno simili essendo unica la terra di provenienza. Le vallje un tempo comuni a tutti i paesi arbëreshë, attualmente si rinnovano solo a Civita e Frascineto solo il martedì,un tempo invece per tre giorni consecutivi,in seguito però provvedimenti restrittivi furono imposti da monsignor Barbenedetti vescovo di Venosa,che in occasione della sua visita pastorale alla diocesi di Rossano nel 1629, proibì che venissero celebrati questi festeggiamenti a parer suo blasfemi. La tradizione vuole che queste feste siano legate al ricordo della vittoria ottenuta da Skanderbeg sui Mussulmani, il giorno di Pasqua e delle celebrazioni del trionfo per tre giorni consecutivi, così come si conveniva. Nei paesi albanesi la festa viene celebrata con danze e canti che sembra abbiano avuto impulso dalla riscoperta della storia albanese,infatti evocano le scene delle lotte contro i Turchi, combattute da Skanderbeg dal 1443 al 1468. La parte principale della parata la rappresentano i giovani vestiti alla maniera orientale, che avanzano guidati da cori. La vallja consiste in una danza popolare, formata da uomini e donne, che si tengono per mano o per mezzo di fazzoletti, e sono guidati da due giovani che posti alle estremità del gruppo, fanno da portabandiera (Flamurtare).La vallja si snoda come si snodano le fasi di un rito sacro, a volte però il ritmo è aggressivo e questo si rintraccia soprattutto nella vallja degli uomini, che nei loro movimenti ricordano la tattica usata da Skanderbeg contro il nemico. La ridda con fantastiche evoluzioni e spostamenti imprigiona qualche turista preferibilmente straniero, che per ottenere il simbolico riscatto, deve offrire al bar,essi quali nobili cavalieri ringraziano con il canto.





I FALÒ
Quella dei falò è una tradizione che varia a seconda dei paesi,la sua origine è legata ai fuochi di primavera, che gli albanesi accendevano sulle colline il giorno di Pentecoste. Anche se la festa ha un significato pagano può essere interpretata come un augurio di benvenuto alla primavera,oppure la si può collegare con gli antichi fatti d’armi, cioè i falò sarebbero serviti ai soldati di Skanderbeg per comunicare con gli alleati. Nella nostra comunità i falò vengono accesi i primi tre giorni di maggio. Durante queste tre serate i vari rioni preparano i falò e gruppi di giovani intorno a questi, intonano canti di augurio o scherno. E’ proprio in questa occasione, in tempi passati, apparvero i primi poeti estemporanei, i quali crearono dei versi che nella loro semplicità esprimevano i momenti più importanti della storia paesana e del periodo in cui vissero.