LA LINGUA DEGLI ALBANESI D’ITALIA
La lingua albanese si divide in due grandi dialetti il dialetto ghego parlato nell’Albania settentrionale e il dialetto tosco parlato nell’Albania meridionale. A quest’ultimo appartengono le parlate delle comunità albanesi d’Italia classificabili per le loro particolarità linguistiche in diversi tipi dialettali. Alcuni studiosi definiscono infatti antico tosco la fase della lingua albanese prima del secolo XVI e comunque la variante che avrebbero parlato gli arbëreshë che si stanziarono in Italia in seguito all’aggressione ottomana. Sebbene sia impossibile stabilire l’esatta regione di provenienza alcuni storici sostengono che gli arbëreshë provengono da diverse zone dell’Albania e della Grecia. E’ evidente quindi che abbiano parlato secondo la regione di provenienza un dialetto diverso . Effetto di tale varietà sono le varianti che si sono conservate fino ad oggi e che caratterizzano ogni singola parlata italo- albanese. I prestiti greci presenti testimoniano la provenienza da zone di contatto greco-albanese termini che si sono conservati solo in parte ,sostituiti da parole calabresi ,siciliane o altro secondo il contesto dialettale romanzo in cui venivano a trovarsi. Da ultimo il fattore tempo ossia il fatto che gli insediamenti albanesi ebbero luogo in un periodo compreso tra la metà del XV secolo e la metà del XVIII secolo è spesso all’origine delle differenziazioni linguistiche riscontrabili nelle diverse parlate,è naturale infatti che alcune parlate presentino caratteristiche più arcaiche di altre.
L’ARBËRESH DI CIVITA
La parlata albanese di Civita come tutte la parlate albanesi d’Italia presenta le caratteristiche dell’albanese meridionale ossia di quelle parlate comprese nella denominazione di dialetto tosco,rotacismo,riduzione delle vocali nasali ed orali.
Staccata ormai da più di 5 secoli dalla terra d’origine questa parlata mantiene ancora oggi quasi intatta la struttura fonologica ,morfologica e sintattica dell’albanese comune. L’influsso e la penetrazione dell’italiano attraverso i dialetti meridionali la si può riscontrare principalmente nel lessico.
LA NOVELLISTICA
La leggenda nasce e si sviluppa nella tradizione orale ,in ambiente popolare. Uno dei possedimenti più importanti e più vivi che rimane ancora oggi tra gli italo -albanesi. Una tradizione orale ricca di canzoni ,litanie,ninne nanne,ma mentre queste sono racchiuse in ritmi che ne facilitano il ricordo,anche se spesso solo delle parti iniziali,la novellistica non essendo racchiusa in ritmi poetici che possano facilitarne la conservazione nella memoria collettiva,rischia con il tempo di andare perduta. Il mantenimento di queste tradizioni è stato sempre incoraggiato dagli studi e dalle ricerche .Le favole sono sempre le stesse e vengono tramandate di generazione in generazione ,sempre identiche per quanto riguarda il contenuto,naturalmente nell’essere tramandate hanno subito non poche influenze linguistiche. Le favole fanno parte di un patrimonio interessante e spontaneo. Sicuramente i mass media hanno rotto una tradizione che da secoli esisteva nei nostri paesi,infatti le favole non venivano raccontate solo ai bambini per farli addormentare ma servivano come momento di aggregazione delle famiglie quando nelle sere d’inverno intorno al camino mentre le donne lavoravano ai ferri,gli uomini bevevano qualche bicchiere di vino, i bambini attenti uditori non perdevano una parola di ciò che veniva loro raccontato,La favola raccontata un tempo davanti al camino “Vatra” era capace di riunire tutta la famiglia. Ora tutto ciò non esiste più,i bambini sono catturati dalle immagini che offre il video, le mamme non lavorano più a maglia, e le nonne invecchiano più in fretta. Anche Civita ha le sue storie che si sono tramandate per bocca degli anziani. Non vi è in effetti paesello in Calabria che non abbia un luogo dove la credenza popolare ripone un antico tesoro nascosto.
LA POESIA CONTEMPORANEA
La poesia arbëreshe si è sviluppata su due linee parallele, la prima tracciata da letterati di chiara fama come:
Variboba, Santori, Dara, De Rada, Serembe, Bilotta, Schirò.
La seconda che ha visto la fioritura di una poesia
spontanea, popolare certamente ingenua e ripetitiva.
Sulla prima linea portata avanti da studiosi di indiscusso valore quasi tutti ecclesiastici, abbiamo una poesia classica grammaticalmente
recepibile, sintatticamente perfetta e lessicalmente ricercata, ma che la gente comune, il popolo non capisce, e che pertanto non legge e non sa
leggere, sulla seconda linea automaticamente popolare, troviamo una vasta fioritura spontanea costituita da
vjershe,
kënka, zgarxeta, kalimere, tramandate oralmente da un popolo illetterato, ed anche liriche di una certa caratura che esaltano sentimenti e valori e ricamano affettuosamente la vita di ogni giorno, umanizzando il tempo e la natura.
Questa poesia anche se grammaticalmente tremolante, ha il pregio di essere più fresca e immediata e capita dal popolo arbëresh.
Nelle piccole comunità dove il vivere quotidiano era estremamente difficoltoso, la poesia rappresentava l’unica
evasione, l’unica possibilità di trasmettere emozioni, sensazioni, i canti popolari perciò custoditi gelosamente nella teca della memoria e tramandati con prodigioso impegno, costituiscono un notevole patrimonio artistico letterario e linguistico, degli italo-albanesi e sono testimonianza della loro vitalità storica e della loro tradizione culturale.
Secondo i costumi degli “Antichi Avi” la poesia popolare viene ancora cantata toccando vette di sublime lirismo, sia quando esprime il dolore la
tristezza, il rimpianto della terra lontana, basti ricordare “Oj e Bukura Morè” e non si può restare insensibili di fronte ai versi accorati di Kostandini e Jurendina” che esaltano fino a sconfinare nel surreale i valori sacri della fedeltà,
della promessa e della parola data la “Besa”.
Non meno doviziosa di motivi
poetici, spunti originali e ritmi di danza, è la metrica e la lirica popolare, soprattutto nelle ballate
nuziali, anche i canti lirici si possono dividere in tradizioni avuti in retaggio da età molto remote in canti estemporanei sorti nel recente passato e sortiti direttamente dall’anima popolare. Le prime ballate nuziali, poesie
religiose, liriche, corali in onore della primavera, canti di circostanza sono per lo più stati tramandati di generazione in generazione senza mutare cantandoli durante le cerimonie
religiose, in occasione di feste tradizionali, secondo il rito e questa svariatissima serie di canti accompagna l’albanese dalla culla alla bara.
Tra i poeti contemporanei ricordiamo Dushko Vetmo alias Francesco Solano,
Luca Perrone, Zef Schirò di Maggio, Carmelo Candreva, Zef Schirò di
Modica, Emanuele Giordano, Agostino Giordano, Salvatore Braile, Aristide
Manes, Enza Scutari, Luis de Rosa, Cosmo e Giorgio Cerrignone, Cosmo
Rocco, Francesco Pace, Nicola Mattinò, Giosafat Frascino, Vincenzo
Goletti, Francesco Fusca Francesco Altimari, Mario Bellizzi, Kate
Zuccaro.
Carmine Abate,
Vincenzo Belmonte,V incenzo Selvaggi, Giuseppe Cacozza, Giuseppe del
Gaudio, Pasquale Renda.
Così che la produzione poetica segue le tradizioni ininterrotte della poesia albanese,
una tradizione che ci riporta alla naturale incontenibile effusione dell’anima collettiva.
Nella poesia si identificano due elementi importanti il viaggio e la memoria. C’è la poesia scritta in lingua arbëreshe e quella dei poeti arbëreshë che scrivono in italiano
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